Quando la coppia si separa: restare genitori oltre la fine della relazione

La separazione non coincide soltanto con la fine di una relazione sentimentale. Quando ci sono dei figli, rappresenta una vera e propria riorganizzazione del sistema familiare: cambiano gli spazi, le abitudini, i tempi condivisi, talvolta la casa, le disponibilità economiche e, soprattutto, il modo in cui ciascun membro della famiglia deve ridefinire il proprio posto.
La coppia può terminare. La funzione genitoriale, invece, continua.
Ed è proprio questa distinzione, apparentemente semplice ma spesso molto difficile da realizzare sul piano emotivo, a rappresentare uno dei passaggi più delicati della separazione.
Separarsi come partner, non come genitori
Una relazione può concludersi per molte ragioni: incomprensioni diventate insanabili, tradimenti, distanza emotiva, conflitti ripetuti, progetti di vita differenti.
Alla fine di un rapporto possono convivere rabbia, delusione, senso di fallimento, paura, gelosia e bisogno di essere riconosciuti nelle proprie ragioni.
Sono vissuti che appartengono agli adulti.
Il problema nasce quando il conflitto della coppia invade lo spazio della genitorialità e il figlio viene, più o meno consapevolmente, coinvolto nella frattura.
Può accadere attraverso domande apparentemente innocue: «Con chi preferisci stare?».
Attraverso confidenze che un bambino non dovrebbe sostenere: «Tuo padre ci ha abbandonati», «Tua madre pensa soltanto a se stessa».
Oppure attraverso silenzi, interrogatori dopo il rientro dall'altra casa, messaggi affidati al figlio, svalutazioni dell'altro genitore e richieste implicite di prendere posizione.
In questi casi il bambino rischia di trovarsi davanti a un compito impossibile: sentire di dover scegliere tra due persone alle quali è profondamente legato.
I figli non devono diventare arbitri del conflitto
Un figlio non dovrebbe essere il messaggero, il confidente, il giudice o l'alleato di uno dei genitori.
Non dovrebbe conoscere dettagli economici, giudiziari o intimi della separazione che non sono adeguati alla sua età. E soprattutto non dovrebbe essere chiamato a stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto.
Quando un bambino percepisce che amare liberamente un genitore può ferire l'altro, può sviluppare un doloroso conflitto di lealtà.
Può iniziare a controllare ciò che racconta, nascondere le esperienze piacevoli vissute con l'altro genitore, sentirsi in colpa quando manifesta affetto oppure assumere atteggiamenti differenti nelle due case.
Non significa necessariamente che lo faccia consapevolmente. Spesso sta semplicemente cercando di proteggere i propri legami e di adattarsi a una situazione emotivamente complessa.
Per questo una domanda importante per un genitore separato non è soltanto:
«Sto parlando male dell'altro genitore?»
ma anche:
«Mio figlio si sente davvero libero di volergli bene davanti a me?»
Dire ai figli che mamma e papà si separano
Comunicare la separazione è uno dei momenti più delicati.
Quando le condizioni lo consentono, è utile che i genitori riescano a offrire una comunicazione coerente e comprensibile, adeguata all'età del figlio.
Un bambino non ha bisogno di conoscere tutte le cause della rottura. Ha bisogno soprattutto di sapere cosa accadrà alla sua vita.
Dove vivrà? Quando vedrà mamma e papà? Continuerà ad andare nella stessa scuola? Potrà vedere i nonni? Chi lo accompagnerà alle attività? La sua quotidianità cambierà?
E, dietro molte di queste domande, può essercene una ancora più profonda:
«Se avete smesso di amarvi, potreste smettere di amare anche me?»
Per questo è importante ribadire un concetto fondamentale: la relazione tra gli adulti può cambiare, mentre il legame genitoriale con il figlio rimane.
Non è la separazione, da sola, a raccontare il futuro di un bambino
Separarsi non significa necessariamente danneggiare i propri figli.
Una famiglia può continuare a essere una famiglia anche vivendo in due case.
Ciò che può diventare particolarmente faticoso per i bambini è essere esposti a un conflitto intenso e persistente: assistere continuamente a litigi, essere utilizzati nella comunicazione tra gli adulti, percepire ostilità, essere sottoposti a pressioni o sentirsi responsabili del benessere emotivo dei genitori.
Talvolta gli adulti rimangono formalmente insieme pensando di proteggere i figli, mentre questi ultimi vivono quotidianamente dentro un clima di tensione, freddezza o aggressività.
La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto «È meglio restare insieme o separarsi?», ma:
«Quale ambiente relazionale stiamo offrendo a nostro figlio?»
Quando il dolore dell'adulto entra nella relazione con il figlio
Dopo una separazione è comprensibile avere bisogno di raccontare ciò che è accaduto e di trovare qualcuno che riconosca il proprio dolore.
Ma quel qualcuno non può essere il proprio figlio.
Esiste una differenza fondamentale tra dire:
«Oggi sono un po' triste, ma non devi preoccuparti: me ne occupo io»
e comunicare, direttamente o indirettamente:
«Sto male per quello che tuo padre/tua madre mi ha fatto».
Nel primo caso il bambino incontra un adulto che riconosce le proprie emozioni e se ne assume la responsabilità.
Nel secondo rischia di sentirsi investito di un compito che non gli appartiene: consolare, proteggere, schierarsi o riparare.
Proteggere un figlio non significa fingere che non esistano emozioni difficili. Significa evitare di consegnargli il peso emotivo degli adulti.
La co-genitorialità non richiede di essere amici
Dopo alcune separazioni è possibile costruire un rapporto cordiale. In altre situazioni sarebbe irrealistico pretenderlo.
Essere buoni co-genitori non significa necessariamente frequentarsi, essere amici o condividere ogni scelta.
Significa riuscire, per quanto possibile e compatibilmente con le circostanze familiari, a costruire confini sufficientemente chiari e una comunicazione centrata sui bisogni dei figli.
Due genitori possono non volersi più come partner e continuare a riconoscersi reciprocamente nel ruolo genitoriale.
Quando il confronto diretto è molto difficile, diventa ancora più importante rendere la comunicazione essenziale, concreta e orientata alle questioni che riguardano il minore.
Quando chiedere aiuto
Non tutte le separazioni riescono a essere gestite autonomamente.
Quando ogni comunicazione diventa uno scontro, quando le decisioni sui figli producono conflitti continui o quando il bambino sembra essere progressivamente coinvolto nelle tensioni degli adulti, può essere utile rivolgersi a professionisti qualificati.
Percorsi come la mediazione familiare, il sostegno alla genitorialità e, nei contesti appropriati, la coordinazione genitoriale possono offrire spazi differenti per lavorare sulla riorganizzazione familiare, sulla comunicazione e sulla gestione del conflitto.
Chiedere supporto non significa necessariamente tentare di ricostruire la coppia.
A volte significa esattamente il contrario: imparare a separarsi in modo sufficientemente responsabile.
Perché una relazione sentimentale può concludersi senza che un bambino debba perdere il diritto di sentirsi figlio di entrambi.
La sfida più importante, dopo una separazione, non è continuare a essere una coppia.
È riuscire a costruire una nuova forma di famiglia nella quale il conflitto degli adulti non diventi il luogo emotivo in cui un figlio è costretto a crescere.
Dottoressa Ilenia Lucidi




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